

Nicchi e Collina, "basta parlare di sudditanza"
di Carmelo Lentino e Alessandro Paoene
"É inaccettabile essere criticati sulla base di
una macchina perfetta: perché un arbitro si deve sentir dare dello
scarso per non aver visto qualcosa che neanche allenatori,
giocatori, spettatori hanno colto, e che solo dopo aver rivisto
tante volte in tv giudicano?". Lo ha detto Pierluigi Collina,
Responsabile della CAN A-B, che assieme al Presidente dell'AIA,
Marcello Nicchi, ha tenuto il consueto bilancio di metà campionato
con allenatori, capitani e arbitri di A e B.
Presenti il Presidente della Federcalcio Giancarlo Abete e tutti i
vertici della FIGC, compreso il Commissario Tecnico della Nazionale
Marcello Lippi.
"Gli arbitri si prestano alle sperimentazioni sui due giudici di
porta ma non possono essere - aggiunge Marcello Nicchi - allo stesso
tavolo di giudizio con chi usa la moviola, mentre loro non la hanno.
Loro giudicano la partita vera quella delle 15, poi alle 18 e fino
alla sera comincia un'altra partita, non vera".
Arbitri italiani che crescono, si migliorano, cercano di ridurre al
minimo gli errori, ma non sono più disposti a sentir parlare di
sudditanza psicologica.
"A chi lavora ogni giorno - prosegue Collina- per migliorare la
squadra dei direttori di gara, sentir parlare ancora di sudditanza
psicologica, e non solo dai presidenti, fa gran dispiacere".
"Questi arbitri sono improntati al principio della trasparenza e
della libertà - aggiunge il Presidente dell'AIA -, vanno in campo
senza condizionamenti. Chi vuole rievocare vecchie storie é fuori
strada. Non accetteremo mai comportamenti non conformi, ma per noi
non esistono grandi e piccole squadre, tutte meritano identico
rispetto".
"Resti lontano da tutti - rimarca Collina - l'idea che possano
esistere diversi atteggiamenti degli arbitri in funzione delle
squadre, degli allenatori, dei giocatori. I direttori di gara hanno
dimostrato di essere assolutamente terzi".
Si è parlato di collaborazione arbitri-giocatori, con Nicola Rizzoli
che ha riconosciuto la crescita della collaborazione in campo ed i
giocatori che ne hanno dato atto, della necessità dell'arbitro di
conoscere come gioca una squadra e capire quali sono le zone
nevralgiche, della possibilità di aumentare gli incontri magari
estendendoli anche ai Presidenti, ma anche degli episodi di
razzismo.
"Neanche la Uefa al momento affida all'arbitro il potere di fermare
una partita in caso di cori razzisti, a farlo - ha precisato
Collina, che è anche componente della Commissione Arbitri della UEFA
- è un'unità di crisi composta dal delegato Uefa, dal responsabile
Uefa alla Sicurezza, dal responsabile dell'impianto e dal
funzionario di pubblica sicurezza. Mentre in Italia - prosegue - al
momento le nostre norme, sulla base delle circolari del Viminale del
2000 e delle successive, affidano questa funzione al responsabile
dell'ordine pubblico. Se le norme cambieranno gli arbitri non
potranno che adeguarsi".
"Mi sono confrontato anche con il Presidente Abete - ha aggiunto
Nicchi - diventa pericoloso caricare l'arbitro di ulteriore
responsabilità, ma siamo pronti a collaborare se ci verrà chiesto.
Il rischio che si corre è che all'arbitro, naturalmente impegnato
sulle cose tecniche in campo, possa sfuggire uno striscione o un
coro che viene invece ripreso dalle telecamere e poi è l'arbitro ad
essere accusato di non aver fermato la partita. Se ci verrà data
questa disposizione, come ogni volta, saremo pronti. Il razzismo è
una cosa vergognosa e va debellata, ma bisogna essere cauti a fare
delle modifiche, perché per fare questo bisogna cambiare le Noif. A
volte si viene criticati anche per un calcio d'angolo, immaginiamo
un arbitro che viene accusato per cose che avvengono fuori".